About me

Moglie di Carlo Paluzzi, madre di tre ragazzi di 20, 16, 14 anni. Fondatrice e Presidente della Associazione Onlus "La Quercia Millenaria", il primo Hospice Perinatale sorto in Italia. Socio Fondatore e Consigliere dell'Associazione "Vita è". Bioeticista, Scrittrice, giornalista per hobby (Zenit, Famiglia Oggi, Ginecorama, L'Ottimista, Notizie ProVita): autrice di "Tornata a Casa: storia di una ghianda divenuta Quercia Millenaria", "Il figlio terminale", "La terapia dell'accoglienza". Assistente per supporto in diagnosi prenatale, ecografie, supporto umano sala eco/sala parto, terapie invasive e nascite bambini ad alto tasso di mortalità. Testimone formatore per la pastorale a coppie in attesa di bambini "speciali", ad alunni delle scuole medie e superiori, a coppie in preparazione al matrimonio. Per un anno è stata speaker radiofonica per Radio Mater del programma "Rami fra Cielo e Terra". Consulente di bellezza, Beauty Blogger e Creator di YouTube

giovedì 23 febbraio 2017

E questa sarebbe la democrazia?

All’Ospedale San Camillo di Roma, un particolare concorso per assumere 2 ginecologi specificatamente “non obiettori” ha scatenato un putiferio. Da una parte, il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti che motiva come giusta questa scelta perché “finalizzata a garantire il normale svolgimento del servizio delle interruzioni di gravidanza” e “ad applicare in modo completo e corretto la 194”. Dall’altra, il mondo dei medici cosiddetti “obiettori”,  coloro che vogliono svolgere la prima funzione di un medico, cioè quella di salvarla, la vita, che trovano iniqua una iniziativa di questo genere, a discapito della loro categoria.
Sembrerebbe come se l’aumentare degli obiettori di coscienza, dei ginecologi cioè che scelgono di non voler praticare (o non praticare più) aborti, stia creando tali problemi da dover addirittura indire un concorso ad hoc per garantire il servizio delle interruzioni di gravidanza, ma questa motivazione viene smentita dallo stesso Ministero della Salute che con una indagine specifica ha appurato che l’offerta dei Medici non obiettori è sufficiente a coprire le esigenze di tutti i territori, come riporta questa nota Ansa dello scorso 22 febbraio:

I ginecologi obiettori, che non praticano l'interruzione volontaria di gravidanza (ivg) prevista dalla legge 194 del 1978, in Italia sono circa il 70%, mantenendo un dato stabile: erano infatti il 69.3% nel 2010 e 2011, il 69.6% nel 2012 e il 70% nel 2013. Le ivg, di contro, sono diminuite in modo significativo nel corso degli anni: nel 1983 erano pari a 233.976; nel 2013 sono più che dimezzate (102.760) e nel 2014 sono scese sotto a 97.535. E' il quadro che emerge dagli ultimi dati disponibili del ministero della Salute. In 30 anni, quindi, le ivg sono calate di 131.216 unità, mentre i ginecologi non obiettori sono scesi di 117 unità. Numeri che secondo il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, garantiscono l'applicazione della legge 194 sull'ivg.”.

Questo fatto che fa molto discutere, arriva subito dopo aver appreso quanto è stato appena deciso in Francia e cioè l'approvazione sul disegno di legge circa il "reato di intralcio all'aborto" (già esistente dal 1993), anche quando sotto forma di propaganda o informazione sul web, punibile con il pagamento di una ammenda fino a 30.000 euro o addirittura con due anni di reclusione.
L’idea che ne viene fuori è che ad essere colpita sia innanzitutto la democrazia. E’ ovvio che per i pro-life la 194 non dovrebbe neppure esistere; ma se il popolo italiano con un referendum del 1978 ha fatto sì che l’interruzione della gravidanza debba esistere come diritto e che tale interruzione viene garantita sempre, e se lo Stato riconosce come un diritto anche l’obiezione di coscienza regolamentandola con un'altra Legge ad hoc, un concorso per l’assunzione di due medici ginecologi dovrebbe per lo meno tenere conto di entrambe queste istanze, altrimenti il tutto appare come fazioso e discriminatorio per oltre la metà della categoria.


Sabrina Pietrangeli Paluzzi

giovedì 26 gennaio 2017


Incontri la tua seconda figlia ad una fermata d'autobus con le sue amiche, tutte dirette in Centro, perché è giorno di assemblea a scuola... l'altra figlia l'hai appena lasciata che deve incontrarsi con amici... il piccolo e' a scuola, anche lui preso da impegni, le uscite al cinema per ricordare l'Olocausto.
Hai pezzi di cuore che vagano in modo indipendente per il mondo e non puoi fare altro che affidarli alla Grazia, alla Buona Sorte, ed essere grata, infinitamente grata di poter ancora godere di ogni loro respiro. 
Essere genitori non è una gravidanza, non e' partorire o allattare. È rassegnarsi al fatto che quei pezzi di cuore, di corpo, di anima, non hanno nulla a che vedere con te.

*Sabrina Pietrangeli

mercoledì 4 gennaio 2017

Il bisogno di una tomba

Nella perdita di un figlio, anche quando è un feto piccolissimo, la sepoltura ha una enorme importanza.
Molto spesso, soprattutto quando la morte fetale/neonatale giunge inaspettata, oppure quando non si è avuto il tempo materiale di abituarsi all'idea di una possibile o imminente perdita, i genitori possono avere l'istinto di "chiudere presto la faccenda" e, soprattutto se giungono da una zona geograficamente lontana da quella del parto in ospedale, non ritengono essenziale il portare il corpo del bambino nella loro città per seppellirlo nel cimitero locale.
Una volta compiuta la fase del travaglio e del parto, un momento estremamente sofferto per i genitori, si tende a voler superare la cosa; è una forma di difesa che si attiva in modo spontaneo e non sempre controllabile. Tuttavia, qualche giorno dopo, la mancanza del bambino spinge i genitori, più spesso la madre, a chiedersi dove sia finito il piccolo e a desiderare una forma di "vicinanza", sia pure virtuale.
Negli ospedali, quando si verifica un parto di feto nato morto al di sotto delle 20 settimane, non vige l'obbligo di richiedere ai genitori che cosa desiderino fare del corpicino, per cui se i genitori stessi non redigono una specifica domanda per iscritto entro le 24 ore dal parto, l'ospedale ha il diritto di "smaltire" il corpo del piccolo tra i rifiuti speciali, cioè attraverso l'inceneritore.
Quando c'è necessità o richiesta specifica di un esame autoptico del feto per verificarne la motivazione del decesso, questi tempi possono essere allungati, ma ugualmente se i genitori non fanno richiesta specifica di voler seppellire il piccolo, il presidio può procedere allo smaltimento dei resti del piccolo dopo aver eseguito l'autopsia.
Dopo le 20 settimane, l'ospedale è tenuto a chiedere ai genitori quali sono le loro volontà e a seguirle, sia nel caso di richiesta del corpicino per la sepoltura attraverso i canali dedicati, sia nel caso di rinuncia. A volte, quando possibile ed ove richiesto, soprattutto nelle città fornite di tali spazi, i corpicini vengono seppelliti in un campo comune dell'area cimiteriale locale.
Di rilevante importanza è il fatto che le agenzie funebri, per trasportare una piccola salma da una città all'altra, possono richiedere cifre che variano con una media di circa 1500 euro, e queste cifre non sono sempre sostenibili dai genitori residenti in altre città, soprattutto se si considera che tale esborso, unito magari ad altri disagi familiari già esistenti di tipo economico o logistico, possono sembrare "soldi persi", viste le circostanze. Questo però è un errore di valutazione che non tarderà a far sentire i suoi effetti, soprattutto alla mamma. Una donna che gesta un piccolo dentro di sè e lo dà alla luce, nel momento della morte del piccolo e della conseguente "assenza", non riesce a gestire la situazione di avere "le braccia vuote" dopo una gravidanza ed un parto. Già il corpo reclama il suo piccolo, con una montata lattea che sopraggiunge spontanea e che dovrà essere gestita ed inibita in modo sapiente dai sanitari, ma è la componente psicologica materna quella che più necessita di sostegno e accompagnamento.
Il poter visitare una tomba, anche ogni giorno, dopo la morte del piccolo, è uno dei passi essenziali per avviare una corretta elaborazione del lutto, che richiederà un minimo di nove mesi per fare fisiologicamente il suo corso, di più se sopraggiungono complicanze a rendere patologico questo percorso. Prendersi cura della tomba, pulirla, piantare fiori, portare doni e pupazzini, è un modo di dare continuità al rapporto madre figlio che nel tempo muterà forma e sostanza, ma che in questo frangente è da vivere fisicamente ed emotivamente con queste modalità che sorgono spontanee e si rivelano identiche per tutte le mamme da noi conosciute e sostenute in questi ultimi dodici anni.
Per i genitori, la morte del figlio è una esperienza lacerante ed entrambi la vivono come tale anche se con modalità diverse. Il papà, spesso roccia per la moglie durante la gravidanza "speciale" di un bambino ad alto rischio, vive di riflesso l'esperienza della gestazione, e nel triste epilogo di una eventuale morte endouterina fetale, dovrà sostenere la donna anche nel durissimo percorso di induzione, travaglio ed espulsione del piccolo. E' molto facile che, una volta conclusosi questo tratto, voglia chiudere il capitolo e riprendere la sua vita il più velocemente possibile, nella speranza che "tutto torni come prima".
La mamma ha un vissuto diverso, è fisicamente più coinvolta sin dall'inizio, il rapporto con il suo bambino è viscerale dal primo giorno del concepimento e proprio non riesce a proseguire la sua vita come non fosse mai accaduto nulla. Il vuoto è qualcosa di mostruosamente grande e il visitare la tomba diventa per lei un modo di prendersi cura del piccolo che non c'è più.
Tutto questo è assolutamente normale, ed i primi tempi è una necessità impellente. Nel tempo, le visite quotidiane diverranno a giorni alterni, poi settimanali; solo col passare dei mesi quel dolore assumerà contorni nuovi. Le giornate pian piano riprenderanno il loro colore, e al momento dovuto si affaccerà il desiderio di una nuova gravidanza.
Tutto questo è assolutamente fisiologico, e solo nel caso in cui i segnali dati dalla mamma o dalla coppia stessa dovessero risultare distorti o patologici, diverrà idoneo affiancare il supporto di una figura professionale, a seconda del problema riscontrato: a volte è sufficiente qualche colloquio con un counsellor per scavallare il momento di crisi, attivando le risorse stesse della mamma, del papà o della coppia insieme; altre volte il percorso si inceppa in modo drammatico, impedendo alla coppia il normale svolgimento della vita quotidiana e in comune, ed è richiesto l'intervento di uno psicoterapeuta, quando non di uno psichiatra, per aiutare la famiglia a rientrare in un percorso fisiologico di sana elaborazione del lutto.
In questa cornice abbiamo osservato come la figura del padre e quindi del marito sia una componente essenziale per la donna. Un papà evasivo o assente, un papà che ha subìto il trauma di quanto accaduto ma che non riesce a verbalizzarlo ed intraprende "vie di fuga" spiccie ed evasive, causa nella donna una grandissima diffidenza, rabbia, sensazione di non essere capita e accudita. Ci sono situazioni che possono causare divisioni serie, sono muri che si alzano che vanno a toccare la donna nel suo intimo più profondo, perchè la maternità, se non è sostenuta dalla paternità, diviene una maternità difensiva ed egoistica, che tende a chiudere madre e figlio in un cerchio nel quale il padre rimane completamente fuori. E se la mamma non ha neppure la consolazione del figlio in braccio, quel cerchio diventa impenetrabile per il suo compagno, perchè è sigillato nella rabbia e nella sfiducia.
E' importante per la coppia riuscire a parlare e confrontarsi quanto prima, non appena accade l'evento luttuoso, prima di prendere qualunque decisione, soprattutto affrettata. Spesso non è possibile avere ripensamenti, spesso diviene troppo tardi e le ferite poi causeranno divisioni che ci metteranno molto tempo a guarire, e spesso non guariranno mai. Molti genitori, dopo la morte di un figlio, vanno incontro a separazione e divorzio. E' bene che entrambi, in modo estremamente semplice sappiano dirsi "io per noi vorrei questo" e nel caso di divergenze cercare di trovare una soluzione comune, e se proprio uno dei due deve piegarsi sulla volontà dell'altro, è importante che quello che cede abbia meno peso nell'aver ceduto, rispetto che se avesse ceduto l'altro con ferite magari insanabili dentro di sè.
Come Associazione che tutela la famiglia nel delicato percorso dell'accompagnamento ad un figlio terminale, cerchiamo di educare le nostre coppie alla consapevolezza, e nel momento di confusione ad orientarle verso la scelta migliore, cercando di supportare mamme e papà anche nel doloroso conflitto delle varie scelte che possono presentarsi. Tutto questo viene fatto in modo non soltanto puramente esperienziale, con centinaia di famiglie incontrare ed accompagnate nel loro percorso in dodici anni di servizio, ma anche in modo professionale, con la formazione dedicata che nel tempo abbiamo voluto e dovuto intraprendere per svolgere il nostro servizio in modo non casuale, ma per il vero bene delle famiglie e delle coppie.
Sabrina Pietrangeli Paluzzi
Presidente "La Quercia Millenaria" onlus

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